| La Prefettura e la figura del Prefetto | L'Alto Commissario | La documentazione | |
| Introduzione storica |
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| La Prefettura e la figura del Prefetto | |
| La nascita del sistema prefettizio italiano
ha le sue radici nel sistema piemontese. Il Prefetto italiano deriva infatti dall´Intendente generale istituito nel Regno sabaudo con lettere patenti del 25 agosto 18421. Nel Mezzogiorno d´Italia, che aveva sviluppato un apparato amministrativo di tipo napoleonico dopo l´occupazione francese degli inizi dell´Ottocento, la figura del Prefetto sostituisce quella dell´Intendente. Questo, nato in epoca francese2 a capo delle Intendenze per ottenere il massimo accentramento amministrativo attraverso il massimo decentramento, ma soprattutto per ottenere un consenso e una maggiore partecipazione locale attraverso la creazione di una nuova classe di burocrati legati al governo centrale3, fu riconfermato nella restaurazione4, e vide ampliate e perfezionate le proprie competenze. All´indomani dell´unità d´Italia, si estendeva anche alle province meridionali la legge sull´unificazione amministrativa ed il successivo regolamento del 18655, che confermava in tutte le province del neonato Stato italiano le caratteristiche e le competenze dei Prefetti dello Stato sabaudo. La monarchia sabauda dopo la conquista del Mezzogiorno si trovò ad affrontare tutti i problemi connessi all´annessione del Regno borbonico non ultimo il problema del brigantaggio, fenomeno che aveva sempre infestato le province meridionali, ma che ebbe una recrudescenza proprio nella fase dell´unità, perché ovviamente fomentato dal partito borbonico. Proprio in questa fase il Prefetto assunse un preciso ruolo politico di garante in periferia della stabilità politica, per cui spesso assunse delle competenze amministrative legate alle esigenze particolari del momento e spesso ebbe a presiedere commissioni prefettizie con poteri consultivi e deliberative6,(ad esempio, in riferimento al brigantaggio fu creata una commissione ad hoc). Nel periodo crispino si tentò attraverso la legislazione di rafforzare la figura dei Prefetti e farne degli strumenti governativi di controllo sulla provincia. Il Regolamento di esecuzione della legge sull´amministrazione comunale e provinciale7, all´articolo 1 affidava ad essi "la sorveglianza su tutti i servizi governativi, provinciali e comunali... proponendo ai rispettivi Ministeri quei provvedimenti che reputa opportuni". Questo stesso regolamento stabiliva anche l´articolazione della Prefettura in quattro divisioni, ognuna con compiti specifici, con un ufficio di ragioneria, un ufficio del provveditore agli studi ed uno di pubblica sicurezza. Si sanciva anche la divisione dalla Prefettura divisionale dell´ufficio di gabinetto con compiti di: affari riservati, personale di Prefettura, di sotto Prefettura e degli altri uffici governativi, sindaci, associazioni, avvenimenti politici, emigrazione, rapporti con le autorità politiche e militari, stampa ed affari diversi. Anche in epoca giolittiana i Prefetti continuarono ad aumentare le loro competenze e rivestirono il ruolo di mediatori dei conflitti sociali e di organizzatori del consenso8. In epoca fascista si conferirono ulteriori poteri ai Prefetti, che divennero strumenti nelle mani del potere centrale per poter esercitare in periferia un controllo sull´amministrazione comunale9, e un´azione di coordinamento e di indirizzo politico nella provincia10. Nel 1928, con circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si precisava che "tutti i problemi della provincia dovessero essere prospettati al Prefetto, cui spettava decidere se e come proporli all´attenzione del Governo" e si vietava alle autorità locali di "recarsi presso gli uffici centrali senza un preventivo benestare, da ottenersi per il tramite del Prefetto"11. Nel 1934 con la nuova legge comunale e provinciale si estendevano i poteri straordinari dei Prefetti sulle amministrazioni locali12, e si dava di essi all´articolo 1 questa definizione: "Il Prefetto è la più alta autorità dello Stato nella provincia. Egli è il rappresentante del potere esecutivo". Sotto il fascismo i Prefetti raggiunsero l´apice del potere e del prestigio; servendosi di questi alti funzionari dello Stato la dittatura riusciva ad estendere il proprio controllo su ogni aspetto della vita italiana. Per mezzo dei Prefetti controllava ed indirizzava la stampa, confiscava le proprietà agli ebrei grazie alle leggi razziali del 1938, reprimeva le agitazioni determinate dalle ristrettezze economiche e sociali, propagandava le opere e le manifestazioni del regime13,con una parola portava avanti la sua opera per plasmare il popolo italiano ed il Paese secondo il proprio modello. Ma a loro volta i Prefetti erano controllati da diversi altri funzionari che riferivano direttamente al duce, pertanto molto spesso, soprattutto nelle loro relazioni al Ministero dell´Interno, cercavano di non riferire cose che sarebbero potute dispiacere al duce e che quindi li avrebbero messi in cattiva luce. Dopo la caduta del fascismo, l´armistizio, la guerra civile, la spaccatura del Paese fra tendenze autonomiste del Nord in mano ai Comitati di liberazione nazionale, quelle separatiste di Sicilia e Sardegna, il Sud in mano agli alleati e le alterne vicende che colpirono il Paese e di riscontro tutti i Prefetti14, si dovette procedere a ristabilire un controllo governativo centrale su tutto il Paese. Agli inizi del 1946, dopo il ritiro del Governo militare alleato, Roma richiamò i Prefetti nominati dai Comitati di liberazione nazionale e offrì loro o l´inserimento nei ranghi dei Prefetti di carriera soggetti al potere centrale romano o il congedo. Pochi accettarono e pertanto, alla vigilia delle prime elezioni amministrative dopo la guerra, a capo delle province rimasero tutti i Prefetti di carriera, molti dei quali avevano già prestato servizio nel periodo fascista, per cui, identificati come strumenti del potere e dell´oppressione fascista, ne condivisero la caduta e scesero molto in basso nella considerazione dell´opinione pubblica. All´indomani dell´entrata in vigore della costituzione si aprì il dibattito sul decentramento amministrativo e sul regionalismo. La mancata attuazione dell´ordinamento regionale contribuì alla conservazione della figura del Prefetto. Il timore del comunismo, i grossi problemi economici e sociali dell´immediato dopoguerra, la necessità a livello centrale di avere spazio di manovra per restaurare libertà soffocate in periodo fascista ma soprattutto di poter gestire e manovrare gruppi interessati alla ricostruzione, la mancanza di consensi su soluzioni da imporre per uscire fuori dai problemi ereditati dalla guerra e dal fascismo feceroro sì che i Prefetti continuassero ad avere il loro ruolo di rappresentanti del Governo centrale nelle province. Nel corso dei decenni, attraverso acquisizione o passaggi di competenze fra la Prefettura ed altri enti, i Prefetti hanno continuato ad esistere fino ad arrivare alla fine del XX secolo al cambio della denominazione della Prefettura in Ufficio territoriale del Governo15. |
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| Napoli: la Prefettura e la figura dell´Alto Commissario per la città e la provincia di Napoli tra il 1925 ed il 1936 |
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| Nel 1925 a Napoli si istituiva16fino
al giugno 1930 la figura dell´Alto Commissario per la città
e la provincia di Napoli, con compiti di coordinamento di tutte le attività
dirette al miglioramento delle condizioni economiche e sociali della provincia
e di riordinamento ed incremento dei pubblici servizi. Inoltre si attribuivano
a questa figura tutte le competenze prima del Prefetto in materia di amministrazione
comunale e provinciale, quelle prima del Provveditore per le opere pubbliche,
e la vigilanza su tutte le amministrazioni statali della provincia tranne
quelle attinenti alla giustizia, alla guerra, alla marina, all´aviazione
e alle finanze. Gli si affidava inoltre la gestione finanziaria tecnica ed amministrativa di tutti i lavori da eseguirsi per conto dello Stato ed anche quelli già in corso o quelli già appaltati. Il termine del 30 giugno 1930 fu prorogato fino al giugno 1936 con due successivi decreti17. Con ulteriore decreto18si nominava nella carica Michele Castelli, già Prefetto di Napoli dal gennaio dello stesso anno, a cui successe dal marzo 1932 al giugno 1936 Pietro Baratono già Prefetto di Firenze, che contestualmente rivestiva la carica di Prefetto di Napoli 19. Si ha pertanto a Napoli dal 1925 al 1936 l´accentrarsi di due cariche molto importanti, quella di Prefetto e quella di Alto Commissario nelle mani di due abili funzionari con una ricca esperienza amministrativa alle spalle. La costituzione di questo nuovo organismo fu la risposta della dittatura per poter organizzare la propria presenza nella città e nella provincia dopo un´iniziale fase di rifiuto del fascismo; infatti l´Alto Commissario, nella persona del Castelli prima e del Baratono poi, rappresentò un elemento di continuità e nello stesso tempo di rottura che "lo rendevano adatto ad attirare simpatie del ceto politico municipale più legato alla tradizione, senza, tuttavia, correre il rischio di diventare docile strumento di interessi locali" 20, personificando l´accordo tra il potere centrale e gli esponenti locali del partito unico 21. |
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| La documentazione |
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| Gli atti archiviati sotto il titolo di Prefettura
Gabinetto II e III versamento sono i documenti del Gabinetto, cioč dell´organo
all´interno della Prefettura che trattava gli affari più importanti,
da un punto di vista politico, soprattutto per gli
anni dell´alto Commissario. Sotto questo titolo viene conservato
l´archivio proprio di quest´organo che abbiamo prima detto aveva
enormi competenze e grande controllo su tutta la vita della provincia. Bisogna aggiungere che conservano anche documentazione relativa alla provincia di Caserta perché questa nel 1927 fu abolita ed unita a Napoli fin dopo la guerra. (A.P.) |
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