Cinema, teatri e canzoni
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Con
la classifica VI.6 sono stati archiviati i documenti relativi alla serie
"Cinema, Teatri e Films".
Sotto questa voce era classificata
tutta la documentazione che testimonia l'attività prefettizia di
censura sui testi, di controlli per la sicurezza dei locali e per l'ordine
pubblico, di promozione e di propaganda. Trattasi di corrispondenza interlocutoria
ricca di allegati, testi teatrali e musicali, spartiti, foto e locandine.
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L'attività di censura non era esercitata
solo su cinema, teatri ma su tutti i testi degli spettacoli pubblici e
quindi anche sui testi musicali in essi presentati e sulle canzoni napoletane,
soprattutto quelle che si scrivevano in occasione delle varie edizioni
della Piedigrotta.
Bisogna precisare che però dall'esame degli atti, si notano differenze,
dovute ovviamente alla diversa legislazione sulla censura da applicare ai
testi teatrali e musicali ed alle pellicole cinematografiche, fra la documentazione
relativa agli anni fino alla seconda guerra e quella successiva fino al
1958.
Si deve poi anche aggiungere che l'attività di censura sull'attività
cinematografica e su quella teatrale esercitata nel ventennio fascista dalla
Prefettura era regolamentata da leggi diverse.
Per quanto riguarda il controllo sulle pellicole l'attività prefettizia
era abbastanza limitata.
Secondo un decreto del 19231,
che promulgava il regolamento per la vigilanza governativa sul materiale
cinematografico, tutte le pellicole nazionali e non, destinate alla circolazione
interna o all'esportazione, erano infatti sottoposte alla vigilanza del
Governo centrale, nella fattispecie il Servizio di revisione cinematografica
del Ministero dell'Interno2,
a cui venivano inviati i copioni teatrali e le pellicole cinematografiche
da revisionare, che chiedevano il nulla osta alla rappresentazione ed
alla proiezione.
Quindi, secondo il decreto del 1923, la revisione ed il nulla osta era
dato a livello centrale. Essa era fatta in base alla presentazione delle
domande, ma in caso di pellicole di attualità, o di particolare
urgenza il Ministero poteva delegare il Prefetto per il rilascio del nulla
osta e in questo caso veniva fatta da un funzionario appartenente alla
direzione generale della pubblica sicurezza.
La vigilanza preventiva sulla produzione cinematografica pertanto era esercitata
soltanto saltuariamente a livello periferico; in seguito, in base alla norma
corporativa per la disciplina dell'esercizio dell'attività di produzione
dei film del 1939, anche questo controllo preventivo prefettizio veniva
abolito. Con lo stesso decreto acquistava invece importanza il ruolo della
federazione nazionale fascista degli industriali dello spettacolo e quindi
delle locali confederazioni nelle autorizzazioni ad aprire attività
per la produzione cinematografica.
Diverse le norme sulla censura teatrale3.
Questa esercitata localmente dalle Prefetture, a cui le compagnie teatrali
si rivolgevano prima di ogni rappresentazione, in seguito ad una legge
del 19314,
fu demandata ad un sistema unico centralizzato, mentre al Prefetto nella
sua provincia rimaneva il compito di vietare, solo durante il primo quinquennio
dall'entrata in vigore della legge, la rappresentazione di opere teatrali
già rappresentate altrove, per ragioni morali e di ordine pubblico.
Spesso però continuarono di fatto ad esercitare una censura a livello
locale oltre il quinquennio stabilito per legge con la scusa dell'ordine
pubblico.
Ad esempio nel 1944 fu censurato il testo di una rivista teatrale Sognami
di Mario Pellegrino e ne furono eliminati alcuni brani e gesti solo perché
si mostrava e si faceva riferimento a biancheria intima5.
Sempre
nello stesso anno per ragioni morali furono censurati e tagliati alcuni
testi della rivista in due tempi di Gennaro Di Napoli Pazzi d'oggi6.
Altre riuscivano ad arrivare senza tagli alla rappresentazione come il
caso della farsa brillantissima Un numero fatale.
La censura invece sul repertorio delle sale di varietà, ovvero
canzonette, scherzi a soggetto e macchiette comiche era regolamentata
da due circolari del Ministero dell'Interno del 9/7/1931 n. 10-18959-13500
e del 20/1/19367.
Su tutti i testi delle canzoni presenti nell'archivio di Gabinetto, si trova
infatti la stampigliatura nulla osta a firma del Prefetto e laddove c'erano
dei problemi, si specificavano.
Spesso la censura era per ragioni morali, come nel caso della canzone
Matalena8
di F. Fiore e G. Donnarumma, censurata nel 1937, per oscenità,
insulto alla moralità e oltraggio al clero, dopo un esposto del
parroco G. Casaburi. Censura analoga per la canzone Son felice9
di Vitalbi-Avitabile, che propagandava la figura di un gagà
amante solo delle donne e della bella vita.
Spesso la censura veniva applicata perché i testi erano disfattisti
o non trasmettevano l'immagine nazionale voluta dal fascismo, come nel
caso della canzone A mamma d'o suldato. Di Genovino e Colicigno
fu censurata nel 1942 perché nonostante fosse ispirata a
sentimenti patriottici in essa vi era un'intonazione eccessivamente
patetica e deprimente10.
Analoga censura fu applicata ad una canzone di Achito Luca nel 1941, a
cui fu cambiato il titolo e fu eliminato il finale perché questo
prevedeva nell'ultima strofa la commozione ed il pianto dell'esecutore11.
Diverso il caso della canzone Surdato analfabeta di Trusianio-Cannio
che si voleva presentare nella Piedigrotta del 1941; fu censurata perché
indecorosa in quanto presentava il nostro eroico fante al modo macchiettistico
ottocentesco cioè lo ridicolizzava mostrandolo analfabeta
e sentimentalone attaccato alle gonnelle di una servetta12.
Sempre del 1941 è la censura alla parodia della canzone Camminando
sotto la pioggia di Raffaele Cutolo, che era una satira contro la politica
del regime del razionamento dei viveri e delle tessere per l'approvvigionamento13.
Ma questa serie non archivia solo documentazione relativa alla censura
e al rilascio di nulla osta.
Altra tipologia di atti presente è collegata al compito che aveva
la prefettura di controllare che le proiezioni cinematografiche e le rappresentazioni
teatrali corrispondessero esattamente a quelle che avevano avuto il nulla
osta, e alla funzione prefettizia di rilasciare l'attestato di prima visione
o i certificati di avvenuta proiezione di alcuni film, per poter accedere
ai premi spettanti alla cinematografia nazionale, per la quale furono
emanati decreti e leggi a partire dagli anni '30 a fin dopo la guerra14.
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Un altro controllo molto stretto esercitato
in periferia, e quindi documentato in questa serie, era sui locali per
le rappresentazioni pubbliche, per quanto riguarda l'apertura di nuove
sale, lavori di adattamento, la sicurezza dagli incendi e l'igiene.
Questo controllo era esercitato dalla Commissione di vigilanza permanente
provinciale15.
Prima di questa commissione provinciale ve ne era una comunale. Contro
queste commissioni comunali, formate nel ventennio dal podestà,
l'Ufficiale sanitario ed il Comandante dei vigili del fuoco, ricostituite
da alcuni podestà e commissari prefettizi c'era stato il richiamo,
nel giugno del 1929, dell'Alto Commissario per la città e la provincia
di Napoli Castelli, che ricordava che esse, previste dalla legge di pubblica
sicurezza del 188916,
erano già state abolite dal regolamento prefettizio del settembre
del 192617
e sostituite appunto dalla Commissione permanente provinciale come si
desumeva dalla nuova legge di pubblica sicurezza18.
L'attenzione posta ai collaudi ed al controllo dei locali era dettata
dal fatto che si erano sviluppati, soprattutto nelle sale di proiezione
cinematografiche, una serie di incendi rovinosi dovuti al mancato rispetto
delle norme, la quale cosa rendeva essenziale intensificare le visite
ispettive.
Tutte le Prefetture del regno si erano allertate su questo problema ed
avevano emanato dei regolamenti.
Anche a Napoli nel 1926 l'Alto Commissario aveva emesso un regolamento in
merito19.
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Al Prefetto spettava anche prendere decisioni
in merito all'opportunità o meno di permettere spettacoli pubblici
in occasioni particolari, infatti aveva la possibilità di sospenderli
per gravi ragioni d'ordine pubblico.
Questo potere fu esercitato soprattutto durante la guerra.
Nel 1943 ad una nota del Ministero della cultura popolare che, avendo avuto
notizia che a Napoli non aveva avuto corso nessuna stagione teatrale, a
causa, si diceva, della codardia degli attori, il Prefetto rispondeva che
non era proprio il caso che venissero a Napoli delle compagnie teatrali
o che alcuni teatri rimanessero aperti, come ad esempio il Mercadante, proprio
per la sua vicinanza al Molo Beverello, obiettivo strategico militare. Aggiungeva
poi che la città fin dalle prime ore del pomeriggio tendeva a sfollarsi,
per cui anche apprezzabili sforzi, fatti da attori come Viviani, che comunque
non aveva voluto lasciare la sua città ed aveva dato uno spettacolo
al Delle Palme, finivano miseramente per la scarsa affluenza di pubblico.
Concludeva che forse, date anche le continue incursioni aeree, era giusto
tenere aperte anche per spettacoli teatrali, solo due sale cinematografiche:
il Delle Palme e l'Augusteo, perché ampi, costruiti con concezioni
moderne, ma soprattutto perché vicini a ricoveri antiaerei di un
certo affidamento20.
Anche in occasione dell'epidemia di dermotifo nel maggio del 1944 toccò
al Prefetto la gestione di una situazione difficile.
Il Comando alleato per evitare il diffondersi dell'epidemia aveva infatti
ordinato la chiusura delle sale cinematografiche a tutti gli impresari di
cinema, che rimanevano così senza proventi, ma la cosa più
grave era che questo creava ulteriore disoccupazione anche fra gli addetti
che spesso non riuscivano ad accedere ai sussidi promessi dagli alleati21.
Attenta doveva essere la vigilanza da parte delle forze di pubblica sicurezza
e della prefettura, durante e dopo la guerra, sulle sale cinematografiche
che divenivano facilmente locali idonei per attentati o disordini, soprattutto
quando le sale erano usate come luoghi per riunioni, come accadde ad esempio
nel gennaio del 1945 nel cinema Sannazzaro, dove fu rinvenuta una bomba
a mano inesplosa del tipo Breda22.
Oppure come accadde nell'ottobre dello stesso anno quando fu proiettata
nei cinema Santa Lucia e Sala Roma il film Giorni di gloria; in quell'occasione
per timore di provocazioni fasciste all'interno di queste sale dove il film
attirava grande affluenza di pubblico, il questore ed il Prefetto fecero
presidiare dalle forze dell'ordine le sale. Oppure come accadde nel settembre
sempre del 1945, quando il Santa Lucia fu utilizzato per la riunione promossa
dal Fronte democratico nazionale23.
Sempre attraverso il Prefetto passavano le requisizioni e derequisizioni
dei locali necessari alla popolazione sfollata, che aveva perso le abitazioni
in seguito alle incursioni aeree o soprattutto per allocare gli uffici del
comando alleato. Fra i locali requisiti durante la guerra anche sale cinematografiche.
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Era anche la Prefettura l'organo che organizzava
all'interno della provincia le proiezioni di propaganda politica del regime,
nonché di propaganda bellica.
Non si dimentichi che nel luglio del 1940 la legge stabiliva l'obbligo di
includere, tra l'altro, proiezioni di guerra e di propaganda bellica e fascista
in genere nei programmi degli spettacoli cinematografici, fornendo pellicole
edite dal Ministero della cultura popolare e dall'Istituto LUCE, e che la
stessa legge penalizzava la mancata osservanza della norma con il ritiro
della licenza di esercizio.
Nel 1940 fu prodotto un film su Antonio Meucci, che fu proiettato nelle
scuole in base ad una circolare del Ministero dell'educazione nazionale.
Il film fu propagandato dalla Camera dei fasci e delle corporazioni perché
illustra in un'opportuna cornice romantica la storia della italianissima
invenzione del telefono, una delle maggiori conquiste dell'umanità
e perché in esso Bottai aveva ravvisato gli alti pregi didattici
che ne fanno un potente strumento di insegnamento per la gioventù
la quale attraverso le conquiste tecniche che vengono ammannite con veste
straniera impara purtroppo a dimenticare le nobilissime tradizioni della
nostra razza e le glorie nostre maggiori nel campo delle invenzioni.
Il Prefetto dovette quindi appoggiare e dare disposizioni per favorire l'operazione24.
Lo stesso dicasi per la propaganda agricola fatta attraverso la cinematografia
che il Prefetto Benigni dovette organizzare nel 1940.
Agli inizi di quell'anno l'Unione provinciale fascista dei lavoratori dell'agricoltura
aveva organizzato un ciclo di proiezioni tecniche e politiche fra i lavoratori
dell'agricoltura a mezzo di un autocinema sonoro, messo a disposizione dalla
superiore Confederazione nazionale, allo scopo di far conoscere ai lavoratori
della terra alcune fra le principali attività del regime e le più
importanti innovazioni della tecnica agricola. Benigni interessava i vari
podestà affinchè con l'appoggio dei corrispondenti locali
dell'unione provinciale facessero intervenire il maggior numero di lavoratori
alla proiezione oltre che per educare alle nuove tecniche anche per creare
ovviamente consensi in quella fascia di lavoratori25.
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In questa serie si ritrovano anche fascicoli
generali relativi a grossi teatri come il San Carlo, in cui si possono
ricavare notizie su lavori, su progetti, sulle norme di sicurezza, sulla
formazione dell'orchestra, sulle maestranze e sull'Ente autonomo del teatro26.
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Dopo la guerra la censura e le revisioni preventive
sia a livello centrale che periferico, furono abolite con decreto luogotenenziale27,
ma l'attenzione della prefettura e delle forze dell'ordine rimase alta un
po' perché abituati ad esercitare questo potere, ma anche in difesa
della morale certo più bacchettona dell'epoca.
Nel novembre del 1946 sulla stampa cittadina, La voce e Il Risorgimento,
si scrissero articoli contro un comunicato prefettizio, che ricordava alle
compagnie di presentare qualsiasi produzione teatrale in duplice copia all'ufficio
stampa, turismo e spettacolo per l'approvazione. I giornalisti auspicavano
che si trattasse solo di una sopravvivenza burocratica di un ufficio rimasto
vuoto di contenuti dopo l'abolizione della censura preventiva28.
Nel 1957 in seguito ad una denuncia della Giunta diocesana dell'Azione cattolica
e ad un successivo ordine del procuratore della repubblica presso il tribunale
di Napoli Salvatore d'Auria, furono sequestrate delle locandine del film
Zarak Khan
che ritraevano Anita Ekberg in costume da odalisca in atteggiamento affettuoso
con l'altro protagonista del film Walter Mature29.
Sono documentati dopo la guerra non solo i controlli sulla sicurezza dei
locali30,
ma anche quelli effettuati in occasione di alcune proiezioni cinematografiche31;
come nel caso del film 10 anni di vita d'ispirazione anticomunista
proiettato nella Sala Roma nel 195332,
o come nel caso del film Danubio rosso di produzione americana del
1950, per il quale il ministro dell'interno richiese la vigilanza a prefetti
e questori perché di carattere fortemente polemico da provocare
interventi di estremisti33.
Continuarono anche dopo la guerra le sovvenzioni elargite tramite il Prefetto alle compagnie teatrali34, come nel caso delle sovvenzioni alla compagnia
Osiris costretta ad interrompere gli spettacoli al teatro Politeama per
una serie di incendi occorsi nel teatro nell'aprile del 195835.
Dopo la guerra troviamo poi un'altra tipologia di documentazione, quella
che testimonia le proteste della stampa, del sindaco e dei semplici cittadini
contro l'immagine di Napoli e della provincia offerta da alcuni film come
lo stesso Paisà che secondo alcuni giornalisti portava in
giro l'immagine della miseria di Napoli, acuita dal disastroso dopoguerra
e riproduceva taluni turpi aspetti della vita cittadina conseguenti
al disordine sociale e all'occupazione alleata36.
Contro la diffamazione di Napoli a mezzo rappresentazioni teatrali e cinematografiche
anche la protesta del sindaco Lauro del 29/12/195537.
(A.P.) |