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Disciplina di guerra

La documentazione
 
musica n.7, La sagra di Giarabub di De Torres-Simeone –Ruccione, esecuzione non identificabile del 1941 circa play stop Con l'indice di classificazione VI.5.70 è archiviata la documentazione inerente alla Disciplina di guerra nel II versamento. L'archiviazione di tale corpus documentario si discosta dall'impianto generale di classificazione del versamento suddetto, in quanto il terzo elemento dell'indice di classificazione, di norma identificativo del fascicolo, è elevato al rango di sottoclasse a fronte delle crescenti dimensioni, durante il conflitto, della documentazione prodotta e acquisita dal Gabinetto di Prefettura sul fenomeno della Disciplina di guerra. Si tratta di complessivi 102 fasci per un totale di 292 records, contenenti disposizioni, relazioni, dati statistici, fotografie, corrispondenza interlocutoria e materiale a stampa sui molteplici aspetti di tale fenomeno: dall'assistenza ai rimpatriati, alle requisizioni e derequisizioni alleate1, ai sussidi, ai sinistrati2, ai danni provocati dai bombardamenti3, ai prigionieri, feriti, caduti e dispersi4, all'approvvigionamento alimentare5.
Ma questi sono solo alcuni dei temi, forse quelli che presentano maggiore quantità di documentazione, che troviamo con questa classifica. Altri sono la difesa antiaerea6, la censura7, tedeschi8, orari dei pubblici esercizi, spettacoli per le truppe, partenza delle truppe per la Russia9 ed elenco dei prigionieri di guerra10.

Disciplina annanoria
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Uno dei primi settori ad essere sottoposto ad una politica di pianificazione statale, rispondente agli imperativi di una nazione in guerra, fu il settore annonario. Ammassi obbligatori, razionamento, norme penali per la repressione dei reati in materia annonaria, sono le principali linee d'azione di una politica marcatamente dirigistica che affidava al Prefetto il compito di regolare in periferia quanto dal centro si veniva minuziosamente disciplinando in materia di approvvigionamento, distribuzione e consumi dei generi alimentari 11.
Con lo scoppio della guerra, l'Istituto dell'ammasso12, nato nel 1927 come strumento di autotutela dei prezzi da parte degli agricoltori, muta radicalmente i suoi contenuti e le sue finalità: da strumento di controllo del mercato per un collocamento dei prodotti favorevole alla grande proprietà in periodo di depressione dei prezzi, assume durante la guerra la fisionomia di strumento di controllo della produzione nella sua totalità, con l'obbligo di conferire l'intero prodotto allo Stato13. In quest'ottica va inserito l'ampliarsi del numero dei prodotti ammassati (oltre al grano, l'avena, l'olio, l'orzo, la segale, le fave) ed il potenziamento dell'apparato preposto al funzionamento di questo Istituto. Le organizzazioni economiche degli agricoltori, infatti, vennero affiancate dalle Commissioni comunali di conferimento dei cereali all'ammasso, a cui fu affidato il compito di assicurare il sollecito ed integrale conferimento all'ammasso dei quantitativi di frumento, granturco, segale, orzo, risone, avena, abusivamente trattenuti dagli agricoltori14. Ma, nonostante il massiccio apparato preposto al suo funzionamento, l'Istituto dell'ammasso si caratterizzò per una serie di disfunzioni legate anzitutto al fatto che si era creato un sistema completamente sganciato dalle leggi di mercato15. Tale discrepanza si manifestava nella fase di pagamento ai produttori, al momento del conferimento del prodotto, quando non veniva contemplato né l'effettivo prezzo di mercato, né tantomeno i costi di produzione, entrambi in costante ascesa durante la guerra16. A rendere ulteriormente antieconomico per gli agricoltori la vendita della propria produzione allo Stato contribuì l'attribuzione ad essi dell'onere del trasporto dei prodotti all'ammasso. Durante la guerra tale onere divenne insostenibile per la notevole contrazione del periodo utile al trasporto dei prodotti ai centri di raccolta, da 10 mesi si passò a soli 3 mesi, per il consistente aumento del quantitativo da trasportare, nonché per le difficoltà, dovute alle requisizioni militari, di reperire mezzi di trasporto disponibili. Così l'evasione alla disciplina dell'ammasso divenne la regola, con conseguente erosione delle scorte esistenti presso i granai del popolo e ingrossamento delle scorte dei borsari neri17.
Accanto alla crisi del sistema degli ammassi va registrato il collasso del sistema di razionamento. Nonostante il pasto degli italiani fosse, alla vigilia della guerra, già povero e squilibrato, tanto che una sua limitata compressione avrebbe trascinato una parte cospicua della popolazione al di sotto del fabbisogno fisiologico, a guerra dichiarata prevalsero i dettami dell'economia militarizzata tesi ad imporre una politica restrittiva dei consumi. Le prime misure restrittive riguardarono il caffè e lo zucchero, per i quali furono stabilite razioni individuali, rispettivamente, di 50 grammi e 500 grammi al mese. A queste prime restrizioni si accompagnò l'introduzione della carta annonaria individuale, di colore diverso a seconda della fascia di età del consumatore, composta di una parte fissa, contenente i dati dell'intestatario, e di una parte staccabile costituita da 9 cedole e da buoni di prelevamento. Entro la fine di gennaio del 1940, il Ministero delle Corporazioni ultimò la distribuzione delle carte: ben 45 milioni. Misura prudenziale, cautelare e dunque per il momento formale scrisse la stampa italiana18. In realtà, con l'entrata in guerra, questa misura si sarebbe trasformata in effettiva e l'uso della tessera annonaria si sarebbe allargato sempre più, a fronte dell'estendersi del numero dei generi razionati: grassi alimentari, pasta, riso e, a partire dal 1° ottobre 1941, pane19. L'inviso provvedimento di restrizione dell'alimento principe della dieta degli italiani fissava una razione giornaliera procapite di 200 grammi. Chi ha fissato la razione di pane a due etti captava per le strade un informatore dell'OVRA è responsabile dell'abisso scavato tra il Regime e il popolo italiano e di cui non tarderanno a vedersi le conseguenze. Il pane avrebbero dovuto miscelarlo, non limitarne il consumo20. Invece si ridusse ulteriormente la razione giornaliera a 100 grammi e, per ovviare alla scarsa disponibilità di frumento, si dispose l'utilizzo di miscela di patate per la panificazione. Spesso, però, i panificatori ricorsero all'utilizzo di ben altre miscele, in cui la percentuale di farina da panificazione era pressoché assente.
Cresceva il malcontento della popolazione di fronte all'aumento dei generi tesserati, alla pessima qualità e all'irregolare distribuzione di essi, all'incontrollabile ascesa dei prezzi, al dilagante fenomeno del mercato nero, contro cui a nulla valse l'emanazione di norme penali fortemente repressive21 . Produttori da un lato e consumatori dall'altro non si sentivano più garantiti dal sistema di regolamentazione economica approntato dal Governo fascista per far fronte agli imperativi della guerra.
Nell'inverno 1942-1943 cadevano le speranze di quanti fino ad allora avevano ritenuto vittoriosa la conclusione del conflitto. Con volantini lanciati durante le incursioni aeree, la propaganda nemica denunciava l'allarmante fase di stallo delle offensive militari italo-tedesche. L'immagine di normalità che il Governo fascista continuava ad offrire al Paese era ormai visibilmente una forzatura. Erano sotto gli occhi le distruzioni causate dall'offensiva aerea anglo-americana e le conseguenze psicologiche e fisiche di una politica economica inadeguata a fronteggiare gli oneri della guerra.
Con la caduta del regime, l'anarchia e il caos regnavano incontrastati, il Paese era allo sbando totale. Nel Regno del Sud il vuoto militare (lenta e difficile fu la ricostituzione dell'esercito italiano) veniva colmato dall'istituzione del Governo militare alleato a Napoli. Ma l'arrivo degli alleati non aveva portato il regno dell'abbondanza22. La politica di restrizione dei consumi, di disciplina degli ammassi, dei prezzi e della distribuzione dei generi alimentari dispiegata dal Regime e le conseguenti distorsioni manifestatasi nel corso della guerra rimasero pressoché inalterate fino alla fine del conflitto.

(A. S.)

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